Organizzata dal nostro Circolo in collaborazione con Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, si è tenuta nel pomeriggio di venerdì 4 maggio, alla palazzina Liberty di Stresa la tavola rotonda sul tema “La Scuola nel Mondo … il Mondo dentro la Scuola”

L’incontro, moderato dalla vicepresidente del Circolo, Paola, ha visto una partecipazione numerosa e interessata agli interventi che si sono susseguiti.

Dopo il saluto iniziale dell’amministrazione comunale di Stresa portato dal consigliere Scarinzi, sono intervenuti nell’ordine:

Marcianò – Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo C. Rebora di Stresa

Gramegna – Direttrice di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta

Caruso – Ex assessore provinciale del VCO

Borghetti – Consigliera comunale nel comune di Baveno e facilitatrice

Prandi – Delegata FLC CGIL VCO

Bocci – Cooperatrice su progetti di educazione alimentare e ambientale

Molinari – Presidente Associazione 21 marzo

A conclusione dell’incontro il dibattito ha ripreso gli spunti più interessanti emersi dagli interventi e confermato che … non possono essere tratte delle conclusioni, ma bisogna operare in rete e ci si è dati appuntamento tra qualche mese per approfondire il confronto.

Qui potete trovare l’articolo pubblicato sull’Ecorisveglio del 9 maggio.

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La giunta Cota ha portato all’approvazione  del Consiglio Regionale l’abrogazione della legge oggetto del referendum sulla caccia. Il Consiglio ha approvato l’abrogazione con i voti favorevoli della sola maggioranza Lega Nord, Pdl (con 1 contrario e 2 astensioni) e Udc.

Senza legge non ha più ragione di esistere il referendum, ma essendo abrogata la legge regionale, fino a che la regione non si doterà di una nuova legge, a regolamentare la caccia sarà la legge nazionale, più permissiva della legge abrogata.

Questo è contro ogni logica e ha privato i cittadini piemontesi del diritto di esprimersi in merito ai quesiti: c’è da chiedersi perché la giunta Cota persegue con tanta ostinazione la difesa dei cacciatori ovvero , pensate un pò,  di 30.000 piemontesi, meno dello 0,6 % della popolazione, mentre le firme raccolte per l’indizione del referendum furono più di 60.000?

L’ultima parola sul referendum non è comunque ancora detta, poiché la Commissione regionale di garanzia deve ‘convalidare’ quanto approvato dal consiglio regionale, presumibilmente entro il 25 maggio. Se ciò non dovesse avvenire si potrebbe ancora andare alle urne il 3 di giugno: è per questo che la campagna referendaria continua e gli spazi elettorali saranno riempiti con i manifesti del comitati per il SI.

 

 

Qui trovate l’articolo comparso sull’Ecorisveglio del 9 maggio.

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  • Commenti disabilitati su Referendum sulla caccia: decisione sospesa!

Tavola rotonda sulla Scuola

Posted on 23 Apr 2012 In: Eventi e attività

Venerdì 4 maggio ore 15, con la partecipazione della direttrice regionale di Legambiente, Francesca Gramegna, organizziamo la tavola rotonda:

La Scuola nel Mondo

… e il Mondo dentro la Scuola.

Un momento di confronto tra tutte le componenti interessate al Mondo della  Scuola … ovvero alla Scuola nel Mondo.

Ci troviamo a Stresa alla Palazzina Liberty in Via de Amicis, 33

 

Scarica il volantino in pdf.

 

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Dopo aver completato l’iter previsto, siamo finalmente iscritti alla sezione provinciale del VCO del registro delle organizzazioni di volontariato della Regione Piemonte alla sezione tutela e valorizzazione dell’ambiente.

Con questa determina dirigenziale della provincia siamo così riconosciuti come ONLUS  e possiamo accedere al 5 x 1000.

 

Chi vuole sostenerci non deve fare altro che indicare il nostro codice

93032610037

nel riquadro relativo al sostegno del volontariato nella sezione “Scelta della destinazione del cinque per mille” dei modelli CUD, 730 o UNICO della dichiarazione dei redditi: non costa nulla e può darci una mano.

 

GRAZIE a tutti coloro che ci sosterranno.

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… e Fukushima?

Posted on 26 Mar 2012 In: Dicono di noi, Eventi e attività

Fukushima un anno dopo: tutte le bugie della versione ufficiale

Angelo Baracca, Giorgio Ferrari

La versione ufficiale fornita dalla Tepco e dalle autorità giapponesi asseriva che: 1) il terremoto era stato di grado 9, molto superiore ai dati di progetto dei reattori; 2) i tre reattori in funzione si erano regolarmente spenti e i sistemi di raffreddamento erano entrati in funzione; 3) l’onda dello tsunami aveva messo servizio tutti i sistemi, elettrico e diesel d’emergenza, e ciò aveva causato gli incidenti ai noccioli delle unità 1,2 e 3.

Secondo la nostra ricostruzione invece: 1) il terremoto è stato di grado 9 nell’epicentro, situato nel mare a circa 125 km dalla costa, ma nel sito di Fukushima è stato valutato dalla Japanese Metereological Agency tra il 6° e il 7° grado cioè circa 900 volte inferiore. 2) i dati rilevati dai sismografi collocati nella centrale indicano che la stragrande maggioranza delle scosse erano inferiori ai dati di progetto. 3) malgrado ciò il sisma, indipendentemente dallo tsunami, ha messo fuori servizio la sottostazione elettrica (situata su un terrapieno che l’onda non ha raggiunto) privando la centrale dell’alimentazione esterna. 4) oltre agli incidenti nei tre reattori, si sono verificati danni molto gravi ad almeno due delle piscine del combustibile irraggiato collocate ad altezze notevolmente superiori all’onda dello tsunami, per cui tali danneggiamenti sono stati causati dal sisma. 5) 50 minuti dopo il sisma, l’onda dello tsunami ha messo fuori servizio i diesel d’emergenza (che erano regolarmente partiti); ma i sistemi di raffreddamento del nocciolo hanno riscontrato malfunzionamenti prima dell’arrivo dell’onda.

Per quanto riguarda i danni,  la fusione dei noccioli delle unità 1,2 e 3 è ormai un dato certo. In particolare il nocciolo 1, dopo 40 minuti dall’incidente (quindi prima dell’arrivo dell’onda) risultava totalmente scoperto ed aveva raggiunto la temperatura di 2800 gradi. La Tepco solo dopo il 15 maggio ha ammesso che il nocciolo 1 è «full melted» (totalmente fuso) e la massa fusa ha perforato il vessel colando nel basamento del contenitore primario, cosa mai accaduta nella storia nucleare. Per i noccioli 2 e 3 è stimata una fusione tra il 25 e il 60%. Per tutti e tre i reattori è accertata la perdita del contenimento primario con conseguente fuoriuscita di acqua altamente contaminata, poiché i tre noccioli devono essere raffreddati con continuità e non è possibile intervenire sulle perdite. I danneggiamenti alle piscine del combustibile irraggiato costituiscono una tipologia di incidenti che non erano mai stati presi in considerazione, e che si sono rivelati di elevata gravità. Le piscine infatti sono destinate ad assolvere una funzione statica (ospitare il combustibile esaurito scaricato dal nocciolo) per la quale non sono previste barriere di contenimento e sistemi di refrigerazione e di alimentazione di emergenza. Ricordiamo che i reattori n. 3 e 4 (spento) erano alimentati con combustibile misto uranio-plutonio, il Mox, e tale è anche il combustibile irraggiato nella piscina dell’unità 4. Oltre agli enormi quantitativi di acqua altamente radioattiva scaricati in mare, ne sono ancora accumulate negli edifici della centrale più di 100.000 tonnellate, il cui trattamento costituisce un problema irrisolto.

La diffusione della contaminazione radioattiva e la valutazione dei possibili danni per la popolazione è di difficile definizione, ma desta ancora preoccupazioni che tendono ad aumentare anziché dissiparsi. Per le zone evacuate, se non si vogliono considerare definitivamente perse, si può solo ipotizzare la decorticazione del terreno (modello Seveso): operazione titanica e dai risultati incerti (e dove conferire il terreno radioattivo?). Rilevazioni governative hanno riscontrato plutonio e stronzio radioattivo a distanze fino a 80 km dalla centrale. Il 27 ottobre «l’Istituto di Radioprotezione e Sicurezza Nucleare (Irsn) ha rilevato una concentrazione di Cesio 137 pari a 27 milioni di miliardi di becquerels nell’ oceano antistante la centrale, venti volte la quantità ammessa a giugno dalla Tepco. Per quanto riguarda infine la diffusione della contaminazione all’esterno del Giappone, tracce significative sono state rilevate in Russia (Krasnoyarsk), in California e in Austria. Un gruppo di ricercatori spagnoli ha «rilevato elevate concentrazioni di Iodio, Tellurio e Cesio sulla Penisola Iberica tra il 28 marzo e il 7 aprile provenienti dalla centrale di Fukushima» attraverso l’Oceano Pacifico, il Nord America e l’Oceano Atlantico.

Gli aspetti critici della tecnologia nucleare messi in luce da Fukushima sono assai più impattanti di quelli di Chernobyl, originato da errore umano, mentre qui si tratta di deficienze progettuali e di gestione che riguardano il rischio sismico, i sistemi di emergenza, il rischio black-out (perdita di alimentazione esterna), l’operatività delle sale controllo, e le piscine del combustibile esaurito che in tutti i reattori funzionanti ma anche nei nuovi reattori avanzati (Ap1000; Esbwr; Epr) sono collocate al di fuori del contenitore primario in edifici privi di contenimento. Infine è crollato il mito (peraltro frutto di calcoli probabilistici) della bassa frequenza di incidenti gravi: usando gli stessi parametri di valutazione della Nrc (Agenzia di sicurezza Usa) e tenendo conto che i reattori incidentati a Fukushima sono 3 (ma 3 erano fermi!) il prossimo incidente grave potrebbe verificarsi tra 3-7 anni. Diversamente da chi tende a minimizzare, riteniamo che quanto accaduto imponga che sulla sicurezza si adottino misure straordinarie se non altro perché a Fukushima si sono verificati due eventi di straordinaria gravità: gli incidenti alle piscine del combustibile e l’avvenuta perforazione di un vessel da parte di un nocciolo fuso. Non tenerne conto o sottovalutarne le implicazioni per l’intera comunità internazionale sarebbe la definitiva conferma che la tecnologia nucleare è tecnicamente incontrollabile e politicamente assoggettata ad interessi che nulla hanno a che vedere con il benessere e la sicurezza delle popolazioni.

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Riapriamo la discussione sulla TAV.

Posted on 13 Mar 2012 In: Eventi e attività

 Tav.  Oltre la Val Susa, le priorità

Scienziati e associazioni firmano l’appello di Legambiente

Cogliati Dezza: “Riaperta la partita, il Governo ascolti le voci di società civile

e mondo scientifico”

 

La ripresa del confronto sull’alta velocità in Val Susa annunciata ieri, è un grande passo avanti. Dopo le tensioni dei giorni scorsi, Legambiente si fa quindi promotrice di un appello che da voce al mondo scientifico e dell’associazionismo, affinché insieme si possa realmente contribuire a far riaprire la partita.

Pubblicato sul sito dell’associazione (www.legambiente.it) dove è anche possibile aderire, l’appello già firmato da autorevoli scienziati e rappresentati delle associazioni ambientaliste, chiede l’apertura di un tavolo di confronto reale per superare i conflitti e gli scontri insensati.

 

“In un periodo di crisi economica scegliere di intervenire sulle opere realmente prioritarie è quanto mai fondamentale – si legge nell’appello -. E il progetto della linea alta velocità/capacità Torino-Lione è stata pensata più di 20 anni fa. In questi anni è cambiato il mondo, sono entrati in campo nuovi giganti economici, che, ridando un nuovo ruolo al Mediterraneo, hanno spostato l’asse principale dei traffici di merci da sud a nord, riducendo di molto quelli da ovest ad est. Mentre per il trasporto passeggeri è diventato, sulle medie distanze, sempre più competitivo il trasporto aereo.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con una contrapposizione ideologica o di principio. Non siamo contro la modernizzazione del paese. Siamo per investire nelle opere e nelle infrastrutture che davvero servono.

Occorre individuare le priorità e la Torino-Lione non è una priorità, né per le merci, né per i passeggeri. Investendo in un’opera inutile, come vogliono le lobby del cemento, si sottraggono preziose risorse ad altri settori ancora più strategici per il Paese: la sicurezza sismica ed idrogeologica, il trasporto pendolare e urbano, la riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare e gli investimenti sulle energie rinnovabili, il sostegno al lavoro giovanile e alla diminuzione del carico fiscale, la ricerca e l’innovazione tecnologica, la piccola e media impresa e la cultura.

Il costo totale del tunnel transfrontaliero di base e delle tratte nazionali, che non vengono nominate nell’attuale dibattito, è previsto intorno ai 20 miliardi di euro (e una prevedibile lievitazione fino a 30 miliardi e forse anche di più, per l’inevitabile adeguamento dei prezzi già avvenuto negli altri tratti di Alta Velocità realizzati), costo che penalizzerebbe l’economia italiana con un contributo al debito pubblico dello stesso ordine della manovra economica che il Governo Monti ha messo in atto per fronteggiare la grave crisi economica e finanziaria che il Paese attraversa.

Occorre una sede scientifica, priva di preclusioni ideologiche (da una parte e dall’altra) che valuti l’opera nelle mutate condizioni economiche e geopolitiche e dentro una scala di priorità nell’interesse del Paese. Siamo disponibili a contribuire ad una vera Analisi Costi Benefici dell’opera, in tutte le sue parti, che sviluppi un confronto comparativo tra le varie ipotesi e ne approfondisca le ricadute economiche e sociali, nonché quelle ambientali in termini di riduzione delle emissioni climalteranti e dell’inquinamento locale.

 

Per tutto ciò chiediamo che il Governo ascolti le autorevoli voci del mondo scientifico che esprimono una visione diversa sulle priorità e sulla strategicità dell’opera, andando al di là del lavoro dell’Osservatorio Virano, perché oggi si apre una questione diversa che non era nelle competenze di quell’organismo”.

 

“La contrapposizione e il conflitto possono essere superati solo da una politica intelligente, lungimirante e coraggiosa. – conclude l’appello -. Per questo rivolgiamo un invito pressante alla politica e alle autorità di governo ad avere responsabilità e coraggio. Si applichi a questa grande opera lo stesso coraggio e prudenza dimostrati con il Ponte sullo Stretto, un progetto inutile e a rischio finanziario, esattamente come questo.

Oggi è possibile uscire con dignità da un progetto inutile, costoso e non privo di importanti conseguenze ambientali, anche per evitare di iniziare a realizzare un’opera che potrebbe essere completata solo assorbendo ingenti risorse da altri settori prioritari per la vita del Paese”.

 

Primi firmatari:

Angelo Tartaglia (Politecnico Torino), Marco Vitale (Università degli Studi di Parma), Luca Mercalli (climatologo), Salvatore Settis (archeologo e storico dell’arte), Alfredo Drufuca (ingegnere Pianificazione trasporti), Eliot Laniado (Politecnico Milano), Helmuth Moroder (city manager di Bolzano), Luca Giunti (tecnico naturalista), Dario Ballotta (Osservatorio nazionale liberalizzazione nei trasporti), Marcello Buiatti (Università Firenze – associazione Ambiente e Lavoro), Gianni Mattioli (Università La Sapienza, Roma), Ezio Manzini (Politecnico Milano), Giuliano Cannata (Università di Siena), Roberto Giangreco (biologo marino), Antonio Lumicisi (esperto statistica ), Longino Contoli (biologo CNR), Roberto Rizzo (giornalista scientifico), Giulio Conte (Istituto Ambiente Italia), Andrea Ferrante (Firab), Duccio Bianchi (istituto Ambiente Italia), Mario Zambrini (Università di Ferrara), Stefano Donati (geologo), Alessandra Conversi (ISMAR – CNR), Massimo Scalia (Università di Roma, La Sapienza), Tito Viola (Biblioteca di Ortona, Chieti)

 

Vittorio Cogliati Dezza (Legambiente), Paolo Beni (Arci), Dominik Siegrist (Cipra Internazionale), Mauro Furlani (Pro Natura), Roberto Burdese (Slow Food Italia), Stefano Leoni ( Wwf), Gianluca Felicetti (LAV), Antonio Longo (Movimento Difesa del Cittadino), Licio Palazzini (Arci Servizio Civile), Pasquale D’Andrea (Presidente Nazionale Arciragazzi), Giulio Marcon (Sbilanciamoci), Francesco Pastorelli (CIPRA Italia), Marcello Cozzi, Gabriella Stramaccioni, Don Tonio Dell’Olio (ufficio di presidenza di Libera)

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Ancora una volta: GRAZIE!

Posted on 18 Feb 2012 In: Eventi e attività

 

 

 

Ieri sera all’Idrovolante presso il lido Carciano in occasione de “M’illumino di meno” l’aperi-cena organizzata con  il Comune di Stresa ha riscontrato una grande partecipazione!

RINGRAZIAMO DI CUORE TUTTE LE PERSONE INTERVENUTE.

Ricordiamo che parte dell’incasso verrà utilizzata per gli alunni della Scuola di Vereshaky che incontreremo lunedì 20 febbraio nel corso della nostra visita nei territori russi.

Di nuovo GRAZIE!

 

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Speriamo sia di esempio.

Posted on 13 Feb 2012 In: Eventi e attività

Roma, 13 febbraio 2012                                                                                          Comunicato stampa

 

Processo Eternit, sentenza condanna manager a 16 anni

Legambiente: “Una sentenza storica, il caso italiano sia esempio nel mondo. Di amianto si muore ancora, necessario accelerare le bonifiche”

 

“Una sentenza esemplare che restituisce giustizia a migliaia di persone e famiglie che hanno sopportato e sopportano ancora un vero calvario. Ci sono voluti più di trent’anni di lotta per affermare che l’amianto uccide e finalmente, da oggi, questo non potrà più essere messo in dubbio. Il caso italiano sia ora d’esempio e faccia giurisprudenza nel mondo, soprattutto nei Paesi dove l’amianto continua ad essere estratto e lavorato e continua silenziosamente a mietere vittime”.

Così il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, commenta la sentenza del processo Eternit emessa oggi a Torino che condanna il manager dell’industria Schmidheiny e il barone De Cartier a 16 anni di reclusione per disastro doloso e omissione di cautele.

Anche Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, costituitasi parte civile al processo e presente alla lettura della sentenza insieme a centinaia di persone tra cui moltissimi francesi, esprime soddisfazione per il verdetto di primo grado:

“Fin dall’inizio ci siamo schierati dalla parte dei familiari delle vittime – ha dichiarato Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta – in molti casi amici, come Luisa Minazzi, storica esponente di Legambiente e simbolo della battaglia per la giustizia condotta dalle vittime dello stabilimento Eternit a Casale Monferrato. Questa sentenza è sicuramente un risultato storico per la tutela dei lavoratori ma anche per la salute dei cittadini che ancora oggi, spesso inconsapevolmente, sono esposti al rischio amianto”.

Nella nota Legambiente ricorda che tra le aziende protagoniste di queste lavorazioni pericolose per la salute umana non c’è solo l’Eternit ma anche la Fibronit a Bari e Broni (PV) o la Sacelit in provincia di Messina e che anche di queste l’Italia dovrà occuparsi.

Un’eredità pesante quella della produzione d’amianto nel nostro Paese, che va da un milione di metri quadrati delle coperture di edifici privati di Casale Monferrato (Al) ai 45milioni di m3 di pietrisco di scarto contaminato presso la miniera di Balangero (To), passando per i 90mila m3 di fibra, in varie forme, contenuto nello stabilimento produttivo di cemento amianto nella città di Bari, fino ad arrivare ai 40mila big bags contenenti rifiuti d’amianto prodotti fino ad oggi con la bonifica di Bagnoli a Napoli. C’è poi l’amianto domestico, sparso nelle case, scuole o edifici pubblici. Su questo non ci sono ancora dati certi ma le ultime stime del Cnr e dell’Ispesl parlano di oltre 32 milioni di tonnellate presenti sul territorio nazionale, ma i numeri totali potrebbero essere molto maggiori.

“Le bonifiche – ha concluso Cogliati Dezza – in molti casi o non sono partite proprio o sono ancora nella fase di messa in sicurezza. Non c’è più tempo da perdere, dobbiamo liberarci dall’amianto quanto prima e evitare che la strage possa continuare per troppo tempo nel futuro”.

Purtroppo i dati sanitari dell’Inail ci dicono che nel nostro Paese gli effetti dell’esposizione all’amianto sono destinati a crescere fino al 2020 e le stime indicano alcune decine di migliaia di casi nei prossimi anni.

 

L’ufficio stampa Legambiente

(06.86268379-99-53.-76)

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Stiamo al fresco!

Posted on 7 Feb 2012 In: Eventi e attività

 

 

Legati a filo doppio con il gas russo

Sull’import di gas siamo stati e saremo spesso in situazione di emergenza per il freddo o per le tensioni politiche. Quella di questi giorni non è novità. Cosa va rivisto nell’infrastruttura e nelle politiche nazionali? Ne parliamo con GB Zorzoli che spiega come sia necessario diversificare di più in siti di stoccaggio, terminal e gasdotti, il tutto finora troppo nelle mani dell’Eni.

“Per noi la dipendenza da gas è un tallone d’Achille, più di altri paesi europei. Ma soprattutto va detto che la presenza di un grosso complesso come Eni ha sostanzialmente bloccato la diversificazione degli approvvigionamenti. Questo è un paese che ha difficoltà a fare terminali di gas naturale e siti di stoccaggi. Eni per molto tempo ha continuato a parlare di ‘bolle di gas’, ma non era così. C’è stata anche la difficoltà di fare gasdotti alternativi a quelli di Eni e il fatto che finora che abbia avuto la gestione della rete nazionale di trasporto ha fatto sì che tutto lo stoccaggio è nelle sue mani”. Questo ci dice il professor Gianbattista Zorzoli, esperto energetico e attuale presidente di Ises Italia, interpellato sulla crisi dei rifornimenti di gas dalla Russia per l’ondata di freddo che ha colpito quel paese così come tutta l’Europa.

Gianni Di Giovanni dell’Eni intanto ha fatto sapere che ieri abbiamo avuto una richiesta record del 40% superiore rispetto all’anno scorso. Questi picchi di domanda vengono affrontati con gli stoccaggi, ha spiegato. Ed ha aggiunto che “siamo in una situazione di attenzione molto seria per cercare di dosare le opportunità per far fronte alle esigenze”.

Ma cosa si può fare veramente con gli stoccaggi nostrani? Qual è il legame tra il numero degli stoccaggi e la quantità delle riserve effettivamente disponibili? Zorzoli ce lo chiarisce: “Il gas nei depositi è in pressione. Questi funzionano bene all’inizio, ma appena fuoriesce un certo quantitativo, la pressione cala e la portata si riduce tantissimo. Noi abbiamo messo i depositi di gas nei giacimenti esauriti della valle padana, dove il gas non aveva più pressione per uscire. Ma anche qui, dopo un certo utilizzo la portata diminuisce drasticamente. Il punto è che bisogna avere molti stoccaggi per i momenti di emergenza. La quantità di gas che c’è dentro dice poco”.

Il dato ufficiale è che fino a sabato il deficit di gas russo è stato compensato anche con maggiori erogazioni da stoccaggio: +6,4 mln mc il 1 febbraio, +11,2 mln mc il 2, +26,8 il 3 e +17 il 4 febbraio). La massima riduzione percentuale di import di gas russo si è registrata il 4 febbraio: 30,5 mln mc contro 103,1 richiesti (-29,6%).

Comunque al momento le alternative non sono così tante; il grosso continua ad arrivare dalla Russia e dall’Algeria, oltre che un po’ dalla Libia e dal nord Europa. Poi con la situazione di maltempo a complicare la situazione ci si è messa anche la difficoltà di rifornire il terminale di gas liquefatto di Rovigo.

“L’Eni ha un rapporto pluridecennale con la Russia, ma non si può pensare di restare legati a filo doppio con Gazprom”, ci dice Zorzoli. “Altri gasdotti, che dovrebbero portare in Europa gas dalle ex Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, fanno fatica ad andare avanti. Quando si ha che fare con il gas devi avere molte alternative. Se ci fosse stata ancora in corso la guerra civile libica probabilmente saremmo stati al freddo”. In effetti dalla Libia in questi giorni stanno arrivando circa 17 milioni di mc/giorno, anche se la capacità tecnica del gasdotto Greenstream è di circa 33.

Costruire nuovi rigassificatori potrebbe essere un po’ rischioso alla luce dell’aumento della domanda globale e visto il numero limitato di navi metaniere oggi a disposizione nel mondo. Chiediamo a Zorzoli se troppi rigassificatori non potrebbero diventare cattedrali nel deserto o, quanto meno, strutture per così dire sproporzionate all’offerta? “Questo è possibile. Ma per l’Italia l’unica scelta da fare sul gas è diversificare al massimo. Ma questo costa. Diversificare significa avere una sovraccapacità che spesso verrà sottoutilizzata e di conseguenza i maggiori costi si andranno a scaricare sul consumatore. Per questo va spezzata una lancia per le misure di efficienza energetica e per le rinnovabili, specialmente quelle termiche, perché non dimentichiamo che una grossa parte del consumo del gas nel nostro paese serve per gli usi termici”.

In Italia ritrovano fiato i nuclearisti che ci raccontano che con il nucleare staremmo stati al calduccio. Ma il deficit di offerta elettrica dei transalpini in questi giorni sembra dire una cosa diversa. “La Francia ha fatto tanto nucleare e sappiamo che questa è una forma di generazione non flessibile. Per questo nel paese è stato molto promosso il riscaldamento elettrico, infatti circa il 35% del riscaldamento delle case è elettrico. E quando c’è un freddo intenso come in questi giorni il nucleare francese non ce la fa. Bisogna ricordarsi che per ogni grado di temperatura in meno la domanda cresce di 3.500 MW elettrici”, ha spiegato GB Zorzoli, aggiungendo che “è un paradosso che un paese con una mostruosa potenza elettrica da nucleare sia costretto in questo ore a importare molta elettricità. L’Italia che la produce soprattutto con cicli combinati alimentati a gas, in questo momento non può venderla e allora i francesi vanno in difficoltà; sono anche costretti a riaprire o a dare fondo a vecchie centrali a olio combustibile o a carbone. Un’ennesima riprova che quando hai una monocultura energetica alla fine la paghi”.

07 febbraio 2012

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Arresti Val Susa

Posted on 26 Gen 2012 In: Eventi e attività

Torino, 26 gennaio 2012 Comunicato stampa Legambiente su arresti Val Susa

Cogliati Dezza: “grande errore ridurre la questione Val Susa a problema di ordine pubblico. Ci auguriamo che il nuovo governo sappia cambiare passo”

Necessario riaprire il dibattito sull’effettiva utilità dell’opera

Mentre il paese è in ostaggio di blocchi e scioperi selvaggi ed un’intera isola è rimasta vittima del ricatto di alcune corporazioni, torna in primo piano la questione Val Susa per un problema di ordine pubblico. Ridurre la tav ad una questione di ordine pubblico è stato il grande errore dei mesi scorsi.
“Mentre la magistratura svolgerà il suo lavoro –dichiara Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente– ci auguriamo che il nuovo governo sappia cambiare passo e riesca a garantire libertà e certezza dei propri diritti ai siciliani come al popolo della valsusa. Auspichiamo che si torni a parlare dell’opera nel merito, tanto più in un momento in cui risulta sempre più assurdo stanziare risorse su grandi opere inutili piuttosto che sui servizi ferroviari per i pendolari, a cui invece continuano ad essere tagliati i fondi”.
“Oggi è assolutamente necessario accendere i riflettori sulle infiltrazioni mafiose nelle grandi opere –dichiara Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta– Si continua a parlare di tav solo in occasione di arresti o scontri, ma mai sul piano politico. Sarebbe piuttosto opportuno –conclude Dovana- riaprire il dibattito sull’effettiva utilità di quest’opera, su cui è sempre più difficile trovare tecnici disposti a difenderla”.

Ufficio stampa Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta
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